Nel canile non soffrono solo i cani: il racconto di chi ci ha lavorato

Un operatore racconta diciotto anni di lavoro in un canile comunale, tra abbandoni, addii silenziosi e storie che mostrano il lato più fragile e contraddittorio degli esseri umani.

Un lavoro quotidiano tra gabbie e abbandoni

Per diciotto anni un operatore ha lavorato all’interno di un canile comunale, aprendo ogni mattina i cancelli e affrontando una realtà spesso fraintesa. Non solo un luogo di sofferenza per gli animali, ma uno spazio che riflette in modo diretto i comportamenti umani. Le giornate iniziavano sempre allo stesso modo, con il rumore delle code che colpivano le sbarre al passaggio di una presenza umana. Un segnale costante di attesa e bisogno di contatto. Le consegne erano frequenti e quasi sempre accompagnate da motivazioni simili, sintetizzate nella frase “non posso più tenerlo”, pronunciata con sguardi che tradivano vergogna, senso di colpa o distacco.

Storie che segnano chi le osserva

Tra i molti episodi vissuti, alcuni hanno lasciato un segno profondo. Un cane anziano, consegnato senza esitazioni, mostrava incredulità verso chi lo stava lasciando. Un altro caso riguardava un cucciolo trovato legato al cancello, con una coperta, una ciotola e un biglietto con una sola parola: “Perdonami”. Un gesto che raccontava una rinuncia vissuta come fallimento personale. Ma la vicenda più dolorosa arrivò con un uomo anziano che accompagnò un cane cieco, spiegando: “Lo porto qui perché tra una settimana entrerò in una casa di riposo. Non voglio che qualcuno lo butti in strada quando non ci sarò più”. Prima di andarsene, l’uomo si inginocchiò e sussurrò: “Io torno presto, amore mio. Aspettami”. Il cane rimase per giorni seduto davanti al cancello.

Il peso umano dietro la sofferenza animale

L’esperienza maturata ha mostrato una distinzione netta tra il comportamento degli animali e quello delle persone. Gli animali manifestano apertamente paura, dolore e affetto. Gli esseri umani, invece, spesso scompaiono, promettono, giustificano o rinunciano. Dopo anni di servizio, la decisione di lasciare il lavoro non è maturata per la sofferenza degli animali, ma per la consapevolezza del valore ridotto che molti attribuiscono a chi dipende completamente da loro. Ancora oggi, tornando a salutare il canile, alcuni cani riconoscono quella presenza, confermando un legame che resiste al tempo e all’abbandono.

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