Un cucciolo viene trovato solo all’esterno, paralizzato dalla paura. Accolto in casa, resta vicino ai suoi salvatori, cercando lentamente di credere all’affetto ricevuto.
Il mio partner lo ha trovato fuori, completamente solo. Era piccolo, tremante, esposto agli agenti atmosferici. Non ha abbaiato, non ha tentato di scappare. È rimasto fermo, immobile dalla paura, con gli occhi spalancati, come se il mondo lo avesse già dimenticato. Non c’erano segni di aggressività o reazione. Solo una profonda immobilità, tipica di chi è sopraffatto dal terrore e dall’abbandono.
Quando lo abbiamo preso in braccio non ha opposto resistenza. Non si è divincolato, non ha cercato di liberarsi. Si è lasciato fare. Un gesto che raccontava stanchezza, ma anche una fragile speranza. Come se, nonostante tutto, fosse ancora disposto a fidarsi. Da quel momento non si è più allontanato. È rimasto sempre accanto, senza rumore, senza richieste, seguendo ogni movimento con attenzione.
Ora ci sta sempre vicino. Osserva tutto in silenzio. È come se non fosse ancora certo che quella protezione, quell’affetto, siano davvero destinati a lui. La sua presenza è discreta, prudente, costante. Ma si percepisce che, nel profondo, vuole crederci. Non c’è fretta. C’è solo il tempo, la pazienza e la continuità dei gesti. Giorno dopo giorno, gli verrà mostrato che è vero. Che non è più perso. Che adesso è a casa. E che è amato.
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