Il mondo degli Animali

Cadde dal nido e non avrebbe mai volato: l’aquila che non si arrese e l’uomo che imparò da lei

Caduta dal nido e data per spacciata, un’aquila testabianca sopravvive e diventa simbolo di resilienza. Il suo legame con un volontario cambia due destini.

La caduta dal nido e una sopravvivenza impossibile

Nell’agosto del 1998, un cucciolo di aquila di mare testabianca cadde dal proprio nido da un’altezza di circa venticinque metri. L’albero era un abete imponente, il nido collocato molto in alto. La caduta fu violenta. Quando venne ritrovata nel giardino di un’abitazione a Edmonds, nello stato di Washington, le sue condizioni erano critiche. Aveva appena tre mesi, era infestata da parassiti, troppo debole per difendersi. Entrambe le ali erano fratturate. Una, in particolare, risultava spezzata in più frammenti. In natura, non avrebbe avuto alcuna possibilità. Sarebbe morta nel giro di poche ore. Trasportata in un centro di riabilitazione per animali selvatici, arrivò già segnata da un trauma profondo. Alta oltre un metro, con un’apertura alare prossima ai due metri, rappresentava tutto ciò che un’aquila dovrebbe essere. Ma in quel momento non poteva nemmeno reggersi in piedi.

L’incontro con Jeff e la lotta contro il tempo

Quell’estate, al centro, faceva volontariato Jeff, musicista rock e soccorritore esperto di fauna selvatica. Aveva lavorato con falchi, gufi, puma e orsi. Nulla, però, lo aveva preparato a lei. La prese con cura, la sistemò in una gabbia improvvisata e la portò dal veterinario, parlandole per tutto il viaggio. Non per procedura, ma per istinto. Il veterinario stabilizzò entrambe le ali con chiodi e bende. La prognosi restava incerta. Per settimane l’aquila non riuscì ad alzarsi. Non mangiava con regolarità. Non reagiva. Il team fu chiaro: se non fosse riuscita a sostenere il proprio peso, l’eutanasia sarebbe stata l’unica opzione possibile. La data venne fissata per un venerdì. Il giovedì sera, stremato, Jeff esitò ad andare. Poi entrò comunque nel centro. Il silenzio era diverso. Quando raggiunse l’area, la vide. Era in piedi. Stabile. Equilibrata.

Libertà, il legame e l’abbraccio finale

Una settimana dopo, i chiodi vennero rimossi. L’ala destra si estendeva forte. La sinistra solo a metà. Non avrebbe mai volato. Per un’aquila testabianca, questo equivale spesso alla fine. Ma non in questo caso. La direttrice del centro propose di trasformarla in un’aquila educativa. Le diedero un nome: Libertà. Si allenò con Jeff per mesi, visitando scuole e gruppi. Vocalizzava solo con lui. Nel 2000, Jeff ricevette una diagnosi di linfoma non-Hodgkin al terzo stadio. Otto mesi di chemioterapia. Ogni volta che poteva, tornava da Libertà. Dopo l’ultimo trattamento, arrivò la notizia: il cancro era scomparso. Andò al centro. Camminarono fino a una collina. Quando la nebbia si aprì, Libertà distese entrambe le ali e lo avvolse, appoggiando il becco sul suo volto. Non lo aveva mai fatto prima. Non lo fece più. Fu l’unica volta in cui lo abbracciò.

claudia de napoli

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