Una donna racconta la fatica quotidiana di prendersi cura del suo cane paralizzato. Ogni passeggiata è uno sforzo enorme, ma lo sguardo di lui le ricorda perché resiste.
Oggi, dopo la passeggiata, alla fine ho ceduto e ho pianto, perché da nove mesi, tre volte al giorno, lo porto fuori nel suo passeggino senza mai saltare un’uscita.
Che piova, che ci sia il sole o che faccia freddo, usciamo sempre, affrontando ogni volta lo stesso rituale fatto di sollevamenti, equilibrio e attenzione continua.
È quasi pesante quanto me e ad ogni uscita devo sistemarlo con cura, sostenerlo mentre fa i suoi bisogni e spostarlo subito perché non si sdrai, in un tempo che si dilata fino a durare quasi un’ora.
Poi si rientra e, senza tregua, tutto ricomincia, ancora e ancora, giorno dopo giorno.
La schiena è a pezzi, le mani e le dita sono stremate dallo sforzo continuo, ma nonostante la sua paralisi, a volte riesce persino a trattenersi, come se anche lui stesse facendo la sua parte.
In quei momenti mi ripeto che non ho il diritto di mollare, perché se lui trova la forza di resistere, allora posso farlo anch’io.
Ogni volta che rientriamo a casa, anche quando sono completamente svuotata, sento nascere dentro una forma di orgoglio silenzioso e mi dico che resisterò anche la prossima volta.
È una battaglia fisica e mentale che non concede sconti, fatta di dolore, stanchezza e domande che a volte restano sospese.
Sì, a volte mi chiedo quando tutto questo si calmerà e quanto ancora riuscirò a reggere, ma ogni dubbio si scioglie quando incrocio il suo sguardo.
In quegli occhi c’è una lotta silenziosa che non chiede spiegazioni e che trasmette una verità semplice: se lui continua a lottare, allora anch’io posso resistere.
Così mi concedo di cedere ogni tanto, di piangere quando il peso diventa troppo grande, sapendo che dopo le lacrime mi rialzerò.
E tornerò a essere la sua forza, come lo sono sempre stata.
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