Legato per anni in un cortile, con la catena conficcata nel collo, Rocco viene salvato ma il suo corpo non resiste. Muore poco dopo l’intervento programmato.
Si chiamava Rocco. Era stato incatenato quando era ancora un cucciolo. La catena, pesante e arrugginita, lo teneva fermo in un angolo di un cortile trascurato.
Non aveva un riparo stabile dal sole né dalla pioggia. Con il passare del tempo, i giorni diventarono mesi e poi anni. Viveva nello stesso punto, senza spazio per correre o muoversi liberamente.
Beveva acqua raccolta nelle pozzanghere dopo la pioggia e si nutriva di ciò che riusciva a raggiungere. La catena, sempre tesa attorno al collo, iniziò a provocare lesioni.
Con il tempo il metallo si conficcò nella pelle, creando una ferita permanente. Nessuno intervenne finché un vicino, stanco di sentire i suoi lamenti, decise di segnalare la situazione alle autorità.
Quando la squadra di soccorso arrivò, Rocco non tentò la fuga. Era debilitato. Inizialmente si ritrasse, poi, vedendo le mani avvicinarsi senza aggressività, mosse timidamente la coda.
La catena fu tagliata, ma non completamente rimossa: era ormai inglobata nei tessuti del collo. I veterinari stabilirono che sarebbe stato necessario un intervento chirurgico per estrarla in sicurezza.
Trasportato al rifugio, fu avvolto in una coperta e ricevette cibo e cure di base. Per la prima volta dopo anni, dormì su una superficie pulita e in un ambiente protetto.
L’intervento venne programmato, ma le sue condizioni generali risultarono più gravi del previsto.
Gli anni di incuria avevano compromesso gravemente la sua salute. Prima che l’operazione potesse essere eseguita, Rocco non resistette.
Morì in un luogo sicuro, assistito da chi aveva tentato di offrirgli una possibilità diversa.
Non aveva mai conosciuto una vita libera dalla catena fino agli ultimi giorni, ma non era più solo quando si è spento.
Il caso ha riportato l’attenzione sull’importanza delle segnalazioni tempestive in presenza di maltrattamenti.
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