Il mondo degli Animali

Marius ripete il nome di Léo: il pappagallo che ha aiutato un bambino autistico a trovare la sua voce

In un istituto medico-educativo, un pappagallo grigio del Gabon ha restituito ai genitori di Léo la prima parola del figlio.

Marius e quella parola nuova nella sala comune

Dal 2017 Marius vive nella sala comune di un istituto medico-educativo. È un pappagallo grigio del Gabon, abituato a osservare educatori, bambini, famiglie e operatori con la sua prudenza ostinata. Per anni aveva imparato soltanto due frasi: “buongiorno-buongiorno” e “ho fame”.

Poi, dal mese di marzo, ha iniziato a ripetere una parola diversa.

“Léo.”

Quel nome, pronunciato con voce bassa e quasi fragile, ha subito attirato l’attenzione del personale. Léo ha sette anni, è seguito nella struttura da cinque anni e presenta una forma severa di autismo non verbale. Fino a quel momento non aveva mai articolato parole davanti agli educatori, alla logopedista o ai genitori. Non aveva mai detto il proprio nome, né “mamma”, né una richiesta semplice.

Eppure chi lo seguiva sapeva che Léo ascoltava. Lo si capiva dal modo in cui si fermava quando una porta cigolava, da come anticipava alcuni momenti della giornata, dal gesto di posare la mano sul tavolo prima della merenda, dallo sguardo rivolto a Marius senza fissarlo troppo a lungo.

Il pappagallo non era considerato un semplice elemento della sala. Aveva i suoi rifiuti, i suoi momenti di fastidio, la sua diffidenza quando qualcuno si avvicinava troppo in fretta alla gabbia. Con Léo, però, era diverso. Quando il bambino passava accanto a lui, anche scalzo nonostante i richiami degli operatori, Marius inclinava la testa e restava più calmo.

Léo, il bambino che non parlava davanti agli adulti

La prima volta che Marius ha detto “Léo”, la madre del bambino si è fermata nel corridoio. Il padre ha lasciato cadere il sacco della biancheria pulita. Léo, seduto a terra davanti al contenitore dei Lego, non ha reagito. Continuava ad allineare tre mattoncini gialli, con le spalle raccolte e le dita concentrate sul suo ordine.

All’inizio gli operatori hanno pensato a una coincidenza. Ma il pappagallo ha ripetuto quel nome il giorno dopo, poi ancora nei giorni successivi, sempre con la stessa intonazione. Non sembrava l’imitazione di una voce adulta. Nessuno, nella struttura, pronunciava il nome del bambino in quel modo.

Per capire cosa stesse accadendo, un’assistente medico-psicologica ha deciso di lasciare un piccolo registratore nella sala comune, nascosto dietro il contenitore dei Lego, dopo l’ora di andare a dormire. Non per controllare il bambino, ma per capire da dove arrivasse quella parola entrata nel vocabolario di Marius.

La risposta è arrivata alla terza notte.

Alle tre e venti, nel file audio, si sente il rumore di una porta. Poi passi piccoli. Poi il fruscio del pigiama di Léo, che si siede davanti alla gabbia del pappagallo. Dopo un lungo silenzio, arriva una voce quasi impercettibile.

“Léo.”

Il bambino lo ripete per quarantasette minuti. Piano, senza chiamare qualcuno, senza cercare attenzione. Come se affidasse il proprio nome a Marius, forse perché l’uccello non lo correggeva, non lo incalzava, non gli restituiva aspettative troppo pesanti.

La scoperta davanti ai genitori di Léo

Il giorno dopo, gli operatori hanno chiesto ai genitori di Léo di raggiungere l’istituto, senza anticipare il motivo. Li hanno fatti restare nel corridoio, dietro il vetro, mentre il bambino era nella sala comune con i suoi mattoncini.

L’ambiente era quello di ogni giorno: odore di caffè tiepido, pennarelli, cappotti bagnati dalla pioggia, rumori bassi. Marius era sul trespolo. Léo continuava ad allineare i Lego. Nessuno parlava.

A un certo punto il pappagallo ha gonfiato lentamente le piume, ha girato la testa verso il bambino e ha detto: “Léo.”

La madre si è portata una mano alla bocca. Il padre è rimasto appoggiato al muro. Il bambino non ha alzato gli occhi, ma le sue dita si sono fermate sul mattoncino giallo. Poi, con voce bassa, quasi senza fiato, ha mormorato: “Léo.”

Per i genitori non è stata una frase lunga, non è stata una conversazione, non è stata una svolta improvvisa capace di cambiare tutto in un giorno. È stata però la prima parola afferrabile, pronunciata davanti a loro dopo anni di attesa.

Da allora Léo non parla come gli altri bambini. Non riempie i silenzi e non usa le parole per rassicurare gli adulti attorno a lui. Ma in alcuni momenti, quando la giornata diventa troppo intensa, va a sedersi davanti a Marius. Il pappagallo ripete il suo nome con la stessa calma, come se custodisse una piccola apertura rimasta accesa.

Quella voce non è nata da un protocollo, né da un esercizio previsto. È passata attraverso un incontro inatteso: un bambino che aveva tenuto nascosto il proprio nome e un pappagallo che, fino a poco tempo prima, sapeva dire soltanto due frasi.

claudia de napoli

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