Rex, forse questo è il suo nome, aspetta ogni giorno dietro le sbarre. Accanto a lui c’è sempre lo stesso giocattolo consumato.
Forse si chiama Rex. Forse, invece, nessuno gli ha mai dato davvero un nome.
Quando è arrivato al rifugio era stanco, spaventato e quasi immobile. Restava sdraiato su una coperta blu, con lo sguardo perso e tra le zampe una vecchia scimmietta arancione ormai rovinata.
Da allora non se ne separa mai.
Quel giocattolo dorme accanto a lui, resta vicino mentre mangia e diventa persino un appoggio quando ha paura. A volte Rex ci posa sopra la testa, come se quel piccolo oggetto fosse l’unica cosa familiare rimasta in un mondo che non riconosce più.
I volontari raccontano che è un cane tranquillo, paziente, quasi rassegnato.
Non ringhia. Non chiede attenzioni. Non cerca di attirare lo sguardo di chi passa davanti alla sua gabbia.
Aspetta.
Ogni mattina, quando le porte si aprono, alza la testa. Per qualche secondo sembra sperare che quella possa essere finalmente la giornata giusta.
Poi arrivano nuovi visitatori.
Alcuni si fermano davanti ad altri box. Altri passano oltre.
Rex resta lì.
Forse la sua taglia intimorisce. Forse il suo aspetto stanco non riesce a competere con quello dei cani più giovani e vivaci.
Eppure, basta avvicinarsi per capire che dietro quello sguardo c’è ancora qualcosa di intatto.
Una dolcezza enorme.
La sua storia precedente non è certa. Nessuno sa davvero da dove venga, chi lo abbia avuto con sé o perché sia finito da solo.
Ma quella scimmietta sembra essere il filo che ancora lo lega al passato.
La sera, quando il rifugio torna silenzioso, Rex si sdraia nello stesso punto, appoggia il muso sul vecchio giocattolo e chiude gli occhi.
Aspettando il giorno in cui non sarà più il cane dietro le sbarre.
Aspettando qualcuno disposto a vedere oltre la stanchezza, oltre il pelo spento, oltre la tristezza.
Qualcuno che gli faccia capire che non dovrà più aggrapparsi a una scimmietta per sentirsi al sicuro.
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