Chi lo ha accolto racconta i pregiudizi che lo circondavano e la scelta di offrirgli una casa, senza fermarsi al colore del mantello.
«Ma io sì». La risposta di chi ha accolto questo cane nero arriva dopo un elenco di giudizi che lo avevano accompagnato: strano, portatore di sfortuna, persino ossessivo. Secondo il racconto, nessuno lo voleva.
A pesare sul modo in cui veniva guardato sarebbe stato soprattutto il colore del pelo. «Nel mio paese, questo basta perché la gente distolga lo sguardo», scrive la persona che oggi vive con lui. È la sua testimonianza a descrivere un rifiuto legato a credenze e superstizioni, senza indicare il luogo o riportare episodi più dettagliati.
Di quel cane non vengono raccontati l’età, il passato o il tempo trascorso senza una famiglia. Il punto centrale della vicenda è la scelta di chi, davanti agli stessi giudizi, ha deciso di accoglierlo.
Le definizioni che gli erano state attribuite restano parole riferite dall’autore del racconto: non sono accompagnate da descrizioni di comportamenti che permettano di comprenderle o confermarle. Chi lo ha preso con sé racconta invece di aver visto un animale a cui dare affetto e cure.
Il passaggio a una nuova vita viene riassunto in poche parole, senza dettagli sull’incontro o sull’arrivo nell’abitazione. Non vengono descritti i primi giochi, le abitudini o le difficoltà dell’ambientamento. L’ultimo aggiornamento riguarda la sua sistemazione: il cane è a casa con la persona che ha scelto di accoglierlo.



