La sua storia accosta i ricordi delle corse al parco alla fragilità presente. Al centro, il desiderio di tornare vicino a qualcuno.
Un tempo correva nel parco e giocava fino al tramonto. Nella sua vita c’erano una famiglia, il movimento e le giornate trascorse insieme. Ora questo pitbull è cieco e ferito, e la sua storia viene affidata a una richiesta di vicinanza.
Il contrasto tra il prima e il dopo attraversa tutto il racconto. Alle corse si sostituisce l’immagine di un cane segnato sul corpo, per il quale vengono cercati attenzione e conforto. Non sono spiegate le cause della cecità o della ferita: non è possibile ricostruire che cosa gli sia accaduto.
Chi gli presta la voce immagina che tema di essere respinto per il suo aspetto. «Lo so che nessuno mi bacerà», comincia la dedica. È una frase che esprime la preoccupazione umana per un animale fragile, non una certezza su ciò che il cane pensa.
La richiesta prende poi una forma concreta: una mano vicina, una voce calma, la possibilità di appoggiare la testa su un ginocchio. Sono le immagini scelte per raccontare il contatto che si vorrebbe restituirgli, oltre le cicatrici e la perdita della vista.
Non viene annunciata una nuova famiglia, né descritto un incontro già avvenuto. Il passato conserva le scene del parco; il presente resta quello di un pitbull che ha bisogno di essere accudito.
La storia si interrompe prima di quel contatto desiderato, con una richiesta ancora aperta: qualcuno che gli si avvicini con attenzione e gli offra una carezza.


