Si lamenta dei peli e delle crocchette, ma quando Daisy sbatte la testa sotto il tavolo trova una soluzione. E insiste: «È un tavolino».

«Vieni a prendere ’sta roba, occupa spazio». La telefonata lasciava immaginare qualche asse avanzata dai lavori in garage. In salotto, invece, c’era un tavolino color miele, rifinito con cura e con una piccola apertura sul davanti. Dentro, raggomitolata su una copertina bianca e nera, riposava Daisy.

A costruirlo era stato un uomo di settantatré anni che da otto ripeteva di non aver mai voluto un cane. Aveva ceduto alle suppliche di chi, a dodici anni, gli chiedeva di prenderne uno. Da allora non aveva rinunciato alle lamentele: i peli sui mobili, il costo delle crocchette, la responsabilità dell’animale. «Non potevi scegliere un pesce?».

Il mese precedente era stato sorpreso in garage, tra assi e segatura, senza voler spiegare a cosa stesse lavorando. Aveva trascorso lì tre interi weekend, carteggiando e verniciando il legno.

Ora Daisy era sistemata dentro il risultato di quelle ore.

«Papà, hai costruito una cuccia per il cane».

«È un tavolino. Pratico. Mi serviva comunque».

Ma quella porticina aveva una ragione precisa. Daisy dormiva sotto il tavolo e sbatteva la testa quando si alzava. Lui aveva notato il problema e costruito un mobile che le lasciasse uno spazio adatto.

Anche la coperta era stata scelta apposta: aveva trovato qualcuno che ne realizzava a mano per animali. «Già che perde peli dappertutto, almeno starà comoda».

Mentre sistemava i libri e la scatola dei fazzoletti sul ripiano, ha allungato una mano per grattarle un orecchio. «Non è poi così cattiva, questa cagnolina. Un po’ testarda. Ma l’ha preso da te».

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