Iode muore nel nuovo ambulatorio del veterinario dopo anni accanto ai pazienti

Il setter irlandese Iode si è spento nella sala visite appena inaugurata, dopo aver accompagnato per anni clienti e animali dell’ambulatorio.

Iode si è spento alle 6:55 del mattino, venticinque minuti prima dell’apertura ufficiale del nuovo ambulatorio veterinario. Era sdraiato sul tappeto appena posato della sala visite 1, nell’angolo che aveva scelto durante i lavori, quando già camminava lentamente e il respiro iniziava a farsi più corto.

Per il veterinario che lo aveva accolto anni prima, quel posto non era casuale. Iode, setter irlandese dal pelo rosso mogano, aveva attraversato il vecchio ambulatorio come una presenza silenziosa e stabile. Non era soltanto il cane di casa. Era diventato negli anni una figura familiare per chi entrava con un animale malato, con una paura da trattenere o con un addio da affrontare.

Iode arrivato nel 2014 dopo essere stato trovato vicino alla strada

La storia di Iode era cominciata nel 2014, quando la moglie del veterinario lo aveva portato a casa una domenica sera. Lo aveva trovato dentro una cassa di legno alla discarica, dopo averlo visto per tre giorni sul ciglio della strada. Era magro, sporco, diffidente, con gli occhi troppo grandi su un muso segnato dalla stanchezza.

La donna aveva detto al marito: «L’ho visto per tre giorni sul ciglio della strada. Non ce l’ho fatta, Mathieu.»

All’inizio Iode non voleva essere toccato. Teneva la testa bassa, non per sottomissione, ma come un cane che aveva smesso di chiedere. In casa gli furono lasciate una ciotola, dell’acqua e una vecchia coperta grigia in pile con losanghe blu marine. Su un angolo, la moglie del veterinario scrisse il suo nome con un pennarello nero: «IODE».

Servirono sei mesi perché il setter si avvicinasse davvero. Sei mesi prima che posasse la testa contro la gamba del veterinario. Da quel momento, però, qualcosa cambiò in modo definitivo.

Il setter Iode diventato presenza stabile nell’ambulatorio

La svolta arrivò una mattina, quando una signora anziana entrò con il gatto dentro una gabbietta blu. Tremava al punto da non riuscire ad aprire il chiavistello. Iode si alzò dalla coperta, attraversò la sala d’attesa e si sdraiò contro le sue scarpe.

La donna riuscì a respirare. Da allora, il cane sembrò capire quale fosse il suo posto. Non curava, non interveniva, non chiedeva attenzione. Semplicemente restava vicino a chi aveva bisogno di non sentirsi solo nel momento più difficile.

I bambini si appoggiavano al suo fianco prima dei vaccini. Gli uomini che cercavano di trattenere le lacrime passavano una mano tra le sue orecchie lunghe. Le anziane gli parlavano piano prima di consegnare al veterinario il proprio gatto. Una cliente disse un giorno: «È lui il suo miglior strumento diagnostico, dottore. Sente chi sta per piangere.»

Il veterinario non lo dimenticò. Perché in quella frase c’era la verità di ciò che Iode era diventato: una presenza capace di intercettare il dolore prima ancora che prendesse voce.

La sala visite scelta prima dell’apertura del nuovo ambulatorio

Il nuovo ambulatorio doveva aprire la mattina successiva. La sera prima, il veterinario era rimasto fino a tardi per sistemare tutto. I fascicoli in ordine, le scatole di aghi allineate, i fiori alla reception, la macchina del caffè finalmente collegata. La giovane socia avrebbe preso il suo primo turno di guardia proprio quel giorno.

Iode aveva con sé la sua vecchia coperta. Era consumata nei punti in cui appoggiava l’anca, forse poco adatta a un edificio appena dipinto, ma impossibile da lasciare indietro. Il veterinario l’aveva sistemata vicino al tappeto della sala visite 1, perché una nuova partenza non poteva cancellare ciò che aveva tenuto in piedi tanti anni di lavoro.

Durante i giorni dei lavori, Iode aveva già scelto quell’angolo. Era entrato nella sala, aveva girato due volte su sé stesso e si era sdraiato. Il veterinario gli aveva detto scherzando: «Benissimo, signor decano. Questo sarà il suo ufficio.»

La mattina dopo, però, non c’era più spazio per ridere. Alle 6:55 Iode ha inspirato piano, con il muso rivolto verso la porta, come se attendesse i primi passi nel corridoio. Il veterinario gli ha posato una mano sulla spalla. Poco dopo, il suo respiro si è fermato senza rumore.

L’ultimo saluto nel luogo che aveva scelto

Il veterinario ha deciso di non spostarlo subito. Alle 7:30 avrebbe aperto le porte del nuovo ambulatorio. Chi sarebbe entrato avrebbe visto il tappeto, la coperta grigia con il nome scritto in nero e Iode nel punto che aveva scelto.

La sera, dopo l’ultimo cliente, il veterinario e la sua socia lo avrebbero accompagnato nel giardino del padre, nel quadrato riservato ai cani. In qualche modo, Iode aveva inaugurato il nuovo ambulatorio prima di tutti. Senza abbaiare, senza chiedere nulla, restando fedele al ruolo che aveva avuto per anni.

Il nuovo edificio aveva muri dipinti, stanze ordinate e attrezzature pronte. Ma il suo primo giorno sarebbe rimasto legato alla presenza di un vecchio setter che aveva insegnato a tante persone a non vergognarsi del proprio dolore.

Perché i luoghi in cui si cura non stanno in piedi soltanto grazie agli strumenti, alle pareti nuove o alle targhe sulla porta. A volte vivono anche per merito di presenze silenziose come Iode, capaci di rendere più sopportabile la paura di chi entra chiedendo aiuto.

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