Per sedici anni le era rimasta accanto, anche dopo la perdita di un figlio. Il racconto del loro legame si chiude nel giardino.

Quella mattina Emma non vide Luna seguirla fuori. La cagnolina era già in giardino, distesa nell’erba, con alcuni fiori rosa tra le zampe. Emma li riconobbe: erano quelli che le aveva posato sul collare la sera precedente.

Il racconto ripercorre sedici anni trascorsi insieme e lega la presenza di Luna soprattutto a un momento: il ritorno di Emma dall’ospedale, dopo aver perso il suo bambino. La cagnolina si era accoccolata ai suoi piedi ed era rimasta lì. Nella testimonianza, quella vicinanza occupa più spazio di qualsiasi altro ricordo.

Gli anni successivi vengono descritti attraverso le loro abitudini. Emma e Luna trascorrevano le sere nello stesso giardino, il luogo in cui la donna aveva immaginato di vedere giocare sua figlia. Luna vi correva e si sdraiava; da cucciola rincorreva i fiori rosa ricordati nell’apertura della storia.

Poi entrambe erano invecchiate. I capelli di Emma erano diventati argento e anche il muso della cagnolina era cambiato. Le serate in giardino erano rimaste parte della loro vita.

La scena conclusiva torna a quella mattina. Il testo presenta il momento come un addio, ma descrive Luna con gli occhi chiusi e il respiro calmo, senza chiarire le circostanze della sua morte.

Emma si inginocchiò accanto a lei e la strinse. Le parole che il racconto le attribuisce sono queste: «Grazie per essere rimasta. Non ce l’avrei mai fatta senza di te».

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