Dopo le cure e le notti in clinica, la donna resta vicino al suo cane, con una mano sulla zampa, durante l’ultimo saluto.
Sotto la testa del pitbull c’era un piccolo cuscino stampato con gli orsetti. Dopo le iniezioni, le flebo e le notti trascorse in clinica, il cane era disteso lì, mentre la donna che era cresciuta con lui gli rimaneva accanto.
Nella stanza nessuno voleva disturbarlo. Anche il veterinario parlava sottovoce. Per la sua proprietaria, quel momento segnava la fine di un percorso di cure durante il quale aveva continuato a sperare di poterlo avere ancora con sé.
Guardandolo, ripensava al cane della propria infanzia. A quello che aspettava per ore davanti alla porta e la cui presenza l’aveva aiutata ad affrontare le notti di temporale. Lo aveva sempre vissuto come un compagno capace di farla sentire protetta, una presenza familiare a cui tornare.
Ora era lei a stargli vicino. Avrebbe voluto chiedergli di svegliarsi, dirgli che avevano ancora bisogno di lui. La difficoltà dell’addio era tutta nella distanza tra quel desiderio e il cane stremato che aveva davanti.
Non vengono indicati la malattia né i dettagli delle decisioni cliniche. Il ricordo della donna si concentra sulle ultime ore condivise e su quel cuscino, un oggetto piccolo rimasto impresso insieme alla quiete della stanza.
Durante il saluto, ha appoggiato una mano sulla sua grande zampa. È rimasta lì, tra le lacrime, e gli ha sussurrato: «Sei stata la cosa migliore che mi sia mai successa».


