Ferro è rimasto davanti al penitenziario durante tutta la detenzione di Salvatore. Il giorno della scarcerazione era ancora lì ad aspettarlo.

Quando Salvatore è entrato in carcere a Palermo, il suo cane non è tornato a casa. È rimasto davanti al portone del penitenziario, sul marciapiede, come se quello fosse l’unico posto possibile in cui aspettarlo.

Il primo giorno nessuno sapeva bene cosa fare. Dal secondo, gli agenti penitenziari hanno iniziato a lasciargli qualcosa da mangiare.

Con il passare del tempo la presenza di quel cane davanti al carcere è diventata abituale. Prima una stranezza, poi una consuetudine, infine qualcosa che chi lavorava lì aveva finito per considerare normale.

Quell’attesa è durata quattro anni, due mesi e undici giorni.

Ferro era ancora davanti al carcere

Il giorno della scarcerazione, Salvatore è uscito alle sei del mattino. Aveva con sé una busta di plastica e indossava i vestiti che aveva al momento dell’arresto.

Dall’altra parte della strada c’era ancora il cane.

Non è possibile sapere se Ferro, questo il suo nome, fosse rimasto sempre nello stesso punto durante quegli anni o se avesse imparato a tornare davanti al penitenziario nelle prime ore del mattino.

Non si sa neppure come potesse sapere che proprio quel giorno Salvatore sarebbe uscito.

Di certo, quando il portone si è aperto, Ferro era lì.

«È l’unico che non mi ha mai chiesto spiegazioni»

Durante gli anni della detenzione, il cane era diventato una presenza familiare anche per gli agenti, che avevano continuato a occuparsi di lui lasciandogli da mangiare.

Per Salvatore, però, quell’attesa ha assunto un significato ancora più personale.

Parlando di Ferro, ha riassunto tutto con una frase: «È l’unico che non mi ha mai chiesto spiegazioni».

Dopo quattro anni, due mesi e undici giorni, il cane che aveva aspettato davanti al carcere ha potuto finalmente ritrovare il suo padrone.

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