Un ricordo personale riporta al centro le sofferenze inflitte ai tori prima e durante la corrida, tra preparazione, stanchezza e ferite.
La condanna della corrida nasce, in questo caso, da una conoscenza diretta di ciò che accadeva attorno alle arene. Non soltanto durante lo spettacolo, ma anche nelle ore che lo precedevano, quando il toro veniva preparato all’ingresso davanti al pubblico.
Il racconto risale agli anni del dopoguerra, trascorsi a Saragozza, dove la frequentazione di Celestino Martín, allora impresario dell’arena, consentì di osservare da vicino quel mondo e di incontrare alcuni dei toreri più conosciuti dell’epoca, tra cui Jaime Noain, El Estudiante, Rafaelillo e Nicanor Villalta.
Un’esperienza che, però, lasciò soprattutto il ricordo delle condizioni nelle quali gli animali venivano portati nell’arena.
La preparazione del toro prima della corrida
Secondo il racconto, prima della corrida gli animali venivano sottoposti a pratiche destinate a ridurne progressivamente la resistenza. Tra queste vengono ricordate le percosse con sacchi di sabbia, i periodi prolungati senza cibo e un pasto abbondante somministrato poco prima dell’ingresso nell’arena.
L’obiettivo, secondo questa testimonianza, sarebbe stato quello di far arrivare il toro già affaticato e meno reattivo.
A ciò si aggiungevano i movimenti imposti con il mantello nelle fasi iniziali, utilizzati per costringerlo a compiere ripetuti giri e consumarne ulteriormente le energie.
L’attenzione viene richiamata proprio sulle condizioni fisiche dell’animale ancora prima dell’inizio vero e proprio della corrida: la respirazione affannosa e la stanchezza rappresenterebbero segnali visibili anche agli spettatori.
Le picche e le ferite al collo dell’animale
Particolarmente duro è il passaggio dedicato alle puya, le punte utilizzate dai picadores. Chi racconta riferisce di averle viste e tenute personalmente tra le mani, descrivendole come strumenti capaci di provocare profonde lesioni.
La picca viene utilizzata nella zona del collo e delle spalle del toro. Nel racconto viene sottolineato come queste ferite finiscano per limitare i movimenti dell’animale e condizionarne la capacità di reagire durante le fasi successive.
Il toro, indebolito, tende così a tenere la testa più bassa e a caricare frontalmente, rendendo più prevedibile la traiettoria delle corna.
È proprio questa dinamica a essere messa in discussione: l’immagine del torero che affronta l’animale a distanza ravvicinata sarebbe preceduta da un processo di progressivo indebolimento del toro.
“Il toro era l’unico innocente nell’arena”
Il ricordo più netto resta quello maturato già da ragazzo, osservando ciò che accadeva durante gli spettacoli.
“Nella mia ingenuità di ragazzo (gli ingenui vedono la verità), capii che il toro era l’unico innocente nell’arena”.
L’animale, secondo quella testimonianza, non combatteva per scelta. Cercava semplicemente di sottrarsi a ciò che stava accadendo e di trovare una via di fuga.
Non erano rari, viene ricordato, i casi in cui un toro tentava perfino di raggiungere le gradinate, spinto dalla necessità di allontanarsi dall’arena.
Una memoria rimasta intatta negli anni e diventata una presa di posizione precisa contro uno spettacolo nel quale, dietro la ritualità e la tradizione, il protagonista destinato a soccombere entra nell’arena già segnato dalla fatica.


